Dieci anni di musica “Made in Italy”: intervista a Il Volo

Il Volo celebra dieci anni di carriera con il nuovo album “Musica” e un tour mondiale che farà tappa anche in Italia.

Segni particolari, età media: ventiquattro anni, ma già dieci anni di carriera alle spalle. Protagonisti di questa storia incredibile sono i tre “tenorini” de Il Volo. Per la precisione: un tenore, un baritono e un tenore pop; i ragazzi sono pronti a festeggiare questo importante traguardo con l’uscita del loro nuovo album, che si chiama semplicemente “Musica”. Come a voler chiudere un cerchio iniziato dieci anni fa, sotto i riflettori di “Ti lascio una canzone”, poi proseguito sui palchi dei principali teatri di tutto il mondo e che – ne siamo certi – continuerà per molto tempo ancora.

Nel frattempo, ne hanno fatta di strada Gianluca Ginoble, Ignazio Boschetto e Piero Barone. Con le loro carriere iniziate separatamente, quando i tre erano appena dei bambini. Poi qualcuno “ci ha visto lungo” e ha deciso di unire quei tre talenti in un trio. Un po’ come oltremanica sarebbe successo con gli One Direction. In questo caso, in onore del “bel canto” italiano e, soprattutto, rievocando il mito de “i tre tenori”: Plácido Domingo, José Carreras e Luciano Pavarotti. E così, da promesse della musica italiana quali erano fino a qualche anno fa, sono diventati una certezza: autentiche bandiere del nostro Paese nel mondo. Tra i “nostri” artisti più celebri e più celebrati. Una carriera senza precedenti, resa ancora più sorprendente per la loro giovanissima età. Ma, nonostante questa, ecco i dieci anni di carriera a fare capolino.

Un traguardo importante che merita dei festeggiamenti all’altezza. E i tre ragazzi hanno voluto fare le cose “per bene”. Hanno partecipato a Sanremo con “Musica che resta”, classificandosi terzi. Ora hanno pubblicato il disco “Musica”, che in questi giorni stanno presentando negli store delle principali città italiane: per incontrare il pubblico, scattare i selfie di rito e firmare le copie. I veri festeggiamenti, però, inizieranno a maggio, con il tour mondiale: Giappone, Europa, Stati Uniti, Canada e America Latina. E Italia, naturalmente, con i due concerti – evento di fine maggio a Matera e la leg estiva che culminerà con lo show del 24 settembre all’Arena di Verona.

Abbiamo incontrato in una super suite di un hotel milanese i ragazzi de Il Volo e  ci siamo fatti raccontare da loro questi dieci anni magici ricchi di successi e meritate soddisfazioni.

Il titolo del nuovo album è “Musica”: secco, figurativo, per certi versi anche ambizioso. Perché lo avete scelto?

Piero: Questo album rappresenta a pieno Il Volo. Ci sono brani che soddisfano i nostri tre gusti musicali: siamo tre ragazzi, abbiamo tre personalità e di conseguenza anche gusti musicali diversi. C’è solo un motivo per cui abbiamo titolato l’album così: la musica è la nostra vita, la passione che ci accomuna e che corona questi dieci anni di carriera.

L’album si apre con “Musica che resta” il brano che avete portato a Sanremo e che custodisce un anima rock, anche grazie a Gianna Nannini che è tra gli autori di questo pezzo. Come riuscite ad uniformare, ad amalgamare le vostre voci con i diversi generi musicali?
Gianluca: Noi non siamo altro che il rinnovamento del crossover, nato negli anni ’90, in un periodo storico in cui Luciano Pavarotti prima e Andrea Bocelli dopo sono riusciti a portarlo al grande pubblico. Diciamo che siamo un po’ gli ultimi di questa onda pop-lirica. E’ chiaro che oggi la musica è cambiata, quindi bisogna stare al passo con i tempi e cercare – soprattutto a livello di arrangiamenti – di innovare e non pretendere di fare le stesse cose di venticinque anni fa.

I primi a mescolare il rock e l’opera sono stati i Queen.

Piero: Questa è la loro forza e grazie a ciò hanno mantenuto sempre il loro gusto musicale ma soprattutto la loro scia. Allo stesso modo noi, in questi dieci anni, abbiamo fatto tantissime esperienze e progetti, ma sempre con un filo conduttore.

Gianluca: Credo che il segreto del successo di ogni artista sia quello di essere originale e fare qualcosa che nessuno fa. Perché se segui la moda, prima o poi la moda finisce, quindi ti potresti trovare potenzialmente in mezzo alla strada. Credo che la nostra forza, la stessa che ci ha anche permesso di essere ancora qui dopo dieci anni, sia stata quella di non aver mai seguito le mode. Noi non abbiamo inventato nulla, però l’abbiamo fatto a modo nostro, un po’ come i Queen appunto. Pensa che “Bohemian Rapsody” è uno dei brani più ascoltati della storia, è incredibile come una canzone che ha rock e anche un po’ di opera sia una delle canzoni più ascoltate di sempre. Quindi vuol dire che la melodia, in qualche modo, emoziona sempre il pubblico.

L’avete visto il film?

Gianluca: Sì.

Piaciuto?

Piero: A me non tanto, perché hanno puntato troppo sulla personalità di Freddy, sul suo personaggio. Io sono un grande appassionato dei Queen e mi aspettavo più musica.

Gianluca: A me è piaciuto molto. E’ chiaro che poi è stato romanzato, ma è normale, è un film. Anche perché lui era il frontman, la vera anima dei Queen.

Circa un mese fa, più precisamente il 26 gennaio, vi siete esibiti alla Giornata Mondiale della Gioventù a Panama di fronte a un milione di persone, ma soprattutto di fronte al Papa, con cui vi siete anche sparati un selfie. Per quanto sia indescrivibile come sensazione, vi va di provare a raccontarmi queste esperienza?

Piero: Quest’anno, per i dieci anni di carriera, abbiamo cercato di festeggiare nel migliore dei modi: l’incontro con il Papa, ma soprattutto la performance davanti a lui, è stato il modo migliore per coronare questa ricorrenza. Sul volo di andata eravamo più preoccupati sulla situazione in sé, sul dove avremmo cantato, dove saremmo stati posizionati e via dicendo. Però – una volta lì – i cerimonieri ci hanno detto che Papa Francesco ci aveva guardato a “Porta a Porta” e questo ci ha fatto un po’ sciogliere. Di solito cantare sull’altare non è possibile perché, anche se non all’interno di una chiesa, quello è un luogo sacro. Quando abbiamo visto la postazione in cui avremmo dovuto cantare, ossia a un metro da Papa Francesco, ci è salita l’adrenalina a mille. Nonostante fossimo davanti a lui, dovevamo cantare con lo sguardo rivolto alla Madonna di Fatima.

E infatti avete cantato un “Ave Maria”.

Piero: Esatto, l’Ave Maria Mater Misericordiae. Tra l’altro è un brano che gli avevamo donato in un disco particolare inciso solo ed esclusivamente per lui. E’ stato un momento magico perché nonostante ci fosse davanti a noi un milione di persone, sentivo solo il mio cuore battere. E’ stata una sensazione che porterò con me per tutta la vita, è impossibile esprimere a pieno quello che ho provato.

Gianluca: Siamo stati la colonna sonora di questo meraviglioso evento e ne siamo onorati.

Ho sempre notato e di conseguenza invidiato una certa dose di sicurezza e tranquillità con cui affrontate anche palchi e situazioni impegnative. Oltre alla professionalità, avete qualche segreto o qualche rito?

Piero: Noi non siamo sicuri; siamo carichi, emozionati e il nostro obiettivo è quello di trasmettere le nostre emozioni. Ci sono i pro e i contro nel vivere insieme ad un gruppo e trascorrere la propria vita professionale insieme ad altri due ragazzi. Però il fatto di essere un gruppo, questo è un grande vantaggio: salire sul palco con due spalle è un vantaggio che rende più sicuri tutti e tre, in un momento di crisi hai sempre la speranza che qualcuno ti aiuti.

Siete scaramantici?

Piero: Qualche grattatina non fa mai male. (ride)

Gianluca: Per quanto mi riguarda, non più di tanto.

Visto che vi apprestate ad affrontare un lungo tour internazionale da maggio 2019 a maggio 2020 e che non esiste praticamente un posto del mondo in cui siete stati, volevo chiedervi qual è stato il luogo che più vi ha colpito?

Gianluca: A noi sorprende come la nostra musica – in tutti questi anni – continua ad emozionare il pubblico. Il bel canto e la tradizione italiana non emozionano solo l’italiano all’estero, ma un po’ tutti.

Piero: Io non direi nessun posto in particolare, perché ogni Paese, ogni pubblico, è una storia diversa da raccontare.

Gianluca: Forse l’Arena di Verona, per un insieme di elementi.

Piero: Sì, sono d’accordo: abbiamo voluto fortemente cantare nel nostro Paese e fortunatamente grazie al nostro pubblico possiamo realizzarlo. Loro ci permettono di vivere queste grandi emozioni.

Solitamente quando viaggiate riuscite anche a concedervi dei momenti per visitare i luoghi?
Piero: Sì, dipende da noi: se una persona è curiosa trova sempre il tempo di vedere delle cose. Chiaramente non puoi visitare tutto di ogni città, però le cose principali cerchi sempre di vederle. Almeno potrai dire di aver visto qualcosa d’altro che aeroporti e hotel. Dipende poi sempre dalle occasioni: a marzo andremo a Washington, partiamo l’11, cantiamo il 12 e il 12 sera ripartiamo. Non vedremo nulla, però fortunatamente è una città che abbiamo già avuto modo di visitare.

Un posto dove invece non siete mai stati?

Piero: L’Africa, purtroppo non siamo mai stati né a cantare né per altri motivi.

Gianluca: Johannesburg, Capetown, ci piacerebbe esibirci in tutto il Sudafrica.

Piero: Uno dei miei sogni è andare in vacanza in Kenya a fare un Safari. Il problema è trovare il tempo, quest’anno è impossibile. Avremo una settimana ad Agosto, ma credo proprio che tornerò a casa in Sicilia. Vado lì alla Scala dei Turchi, si sta benissimo.

E comunque, al di là di tutti i posti dove vi siete esibiti, l’Ariston è sempre l’Ariston.

Gianluca: Non ci si abitua mai all’adrenalina che ti trasmette quel palco. Anche perché non è il tuo concerto, Sanremo è sempre una partita a poker: puoi uscire da perdente, puoi uscire da vincitore. Però uno non deve farsi illudere da quella settimana lì, in quei giorni tutti ti cercano, tutti ti vogliono, come Figaro. Poi, la domenica mattina inizia il vero Sanremo e la vera partita.

Lasciando da parte le polemiche che hanno accompagnato la vittoria di Mahmood, volevo un attimo concentrarmi su quello che è successo in Sala Stampa.

Gianluca: Noi andiamo avanti per la nostra strada e siamo felici del percorso fatto, di Sanremo e del podio. Non ce l’abbiamo con i giornalisti, solo con alcune persone che magari potevano evitare di fare e dire certe cose. Ma nemmeno più di tanto, non abbiamo dato peso a queste cose.

Piero: Se le critiche sono costruttive, bisogna accettarle. Le abbiamo sempre accettate. Le offese meno. Anche perché cerchiamo di essere più professionali possibili e come noi cerchiamo di svolgere il nostro lavoro nel migliore dei modi, anche gli altri dovrebbero farlo. Può non piacerti quello che facciamo, ascoltare qualsiasi altro genere musicali, però devi rispettare la persona. Anche perché conosciamo tantissimi giornalisti, molti sono anche amici e non crediamo facciano parte di quella categoria lì.

Cambiamo argomento: come gli One Direction hanno le Directioners, voi avete le Volovers, che sono praticamente il braccio armato della fanbase. Chi è il vostro fan tipo?

Piero: C’è la ragazzina che sta al firmacopie e aspetta tre ore il suo turno, la mamma che accompagna la figlia ma anche lei chiede l’autografo e la foto…

Gianluca: E poi ci sono le nipoti che accompagnano le nonne! (ride)

Piero: Però sai qual è la cosa bella? Che quando ci incontra una nonna dice: “Una foto per mia nipote”. Quando incontri una nipote: “Una foto per mia nonna”. Stessa cosa per i genitori. Abbiamo un pubblico per ogni fascia d’età.

Però– nonostante voi siate giovani – possiamo dire che i giovani italiani non ascoltano il vostro genere di musica, ma altri. Come vivete questa “schizofrenia”?

Gianluca: Ai nostri concerti vengono giovani, anche in Italia. Magari non c’è stato nessun giovane prima de Il Volo a proporre questo genere musicale; oggi nei talent c’è anche la categoria pop lirico, ci voleva qualcuno che smuovesse un po’ le acque. Noi stiamo cercando di farlo con il sorriso, perché è quello che amiamo fare. Ti può piacere, ti può non piacere: c’è spazio per tutti.

La trap la ascoltate?

Gianluca: Sì, certo.

Escludete un domani di fondere il rap con la lirica?

Piero: Noi siamo aperti alle collaborazioni più varie, come ha fatto Luciano Pavarotti in passato con Ligabue o con Bono degli U2. Però ognuno deve riconoscere i propri limiti.

Gianluca: Anche perché non avrebbe senso: la trap è una moda e non è detto che duri come può durare il pop o qualsiasi altro genere. Sicuramente bisogna fare le cose belle, l’importante è non sbagliare. Se fare un duetto con un esponente di un altro genere musicale è la cosa giusta da fare, siamo pronti a tutto.

Piero: In questi anni abbiamo collaborato con Placido Domingo, icona della musica lirica, ed Eros Ramazzotti, icona del pop. Non bisogna mai fermarsi di fronte alla sperimentazione. (Fonte Redazione)

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