Manganelli, concupiscenza libraria

La concupiscenza è qualcosa di assoluto e personalissimo, ma rivolta a qualcosa di esterno che seduce e va sedotto per poterlo possedere, una passione smodata e senza purezza, che ben si adatta a avere come oggetto la letteratura che ”è immorale e cui è immorale attendere”, come annotava Giorgio Manganelli nel suo celebre saggio teorico ”la letteratura come menzogna”. Così col libro questo scrittore ironico e sulfureo ha un rapporto di corpo a corpo, di lotta all’ultimo sangue per impadronirsi del suo lato più oscuro e intimo e, alla fine, riuscire a rivelarci quel che ha appreso, ciò che po’ è riuscito a possederne, ed è spesso qualcosa di nuovo, anche relativamente a testi ben noti o classici, pluri analizzati.
    Per questo è da salutare come un avvenimento l’uscita di questa raccolta di recensioni di Manganelli ”ampiamente rappresentativa della vastità dei suoi interessi, che non si arrestarono davanti a confini geografici, linguistici e temporali” a partire dalle sue primissime, del 1948 su la Gazzetta di Parma, che è solo il primo di due volumi densissimi che conterranno quasi mille pagine complessivamente, diviso dal curatore Salvatore Nigro non cronologicamente, ma per argomenti, da quelli più teoretici ”Sul recensire” all’ ”Intricare districare storie”, dal ”Mondo classico” al ”Barocco”, da ”Tutti i colori del giallo” a ”Il bianco e nero dell’umorismo” e così via. Con attenzione a prediligere ”libri che abbiano un tema piuttosto che una trama; i libri che non è possibile, o eccessivamente arduo riassumere”, visto che la trama di ”Delitto e castigo” da sola è semplice inutile, mentre se a ”La cruna dell’ago” di Follett ”tolgo la trama resta solo la pagina bianca”.
    Si va allora, con eguale veemenza e intensità di lettura, da note sul tema sacro dell’Odissea (in cui ”l’uomo è lacerato dalle contraddizioni del divino, ma codesta lacerazione è insieme la sua sintassi, la sua descrizione, il suo nome e in definitiva è in questo essere lacerato che gli dei acquistano nome, u il loro destino si piega alla grazia ambigua e consacrante della parola”) o Ovidio a altre da Balzac a Chesterton, sino a Joyce o Bellow e i nostri contemporanei Cavazzoni, Meneghello, la Ortese o Sanguineti, con affermazioni fulminanti o imprevedibili paragoni illuminanti (”Stretto nella teca dei suoi calzoni accanitamente abbottonati, il ritroso Cassola ha della letteratura un’idea che fa apparire ‘Famiglia cristiana’ l’organo dell’Ente per lo Scambio delle Mogli” scrive in anni in cui il Gruppo 63, di cui fece parte, aveva preso di mira e definito ”Liale” l’autore della ”Ragazza di Bube” e Bassani).
    Per la diversità, la tragedia, il sacro, l’eccesso c’è sempre rispetto, come quando nasce la Bur: ”in una Biblioteca Universale mi affascina il delirante progetto di raccogliere tutto; naturalmente non è possibile, nessuno c’è mai riuscito, nessuno ci riuscirà mai: ma il delirio è sempre nobile e solenne”. E poi invitiamo a leggere la pagina sui versi e nonsense di Toti Scialoja riportata anche da Nigro nel suo saggio che chiude il volume: ”non sarà un petrarchesco che si è bruscamente accorto di quante possibilità offra una meticolosa dementia praecox”, argomentando nei particolari questo sospetto.
    Allora va bene ricordarci quanto aveva scritto Manganelli stesso per il risvolto di copertina a una raccolta di sue recensioni che poi non vide mai la luce: ”Se la letteratura è un sogno caotico e sfrenato, una città frequentata da cantafavole, buffoni, prèfiche a pagamento, ciarlatani virtuosi e predicatori di elaborati vizi, ecco che il recensore sarà il buffone del buffone, la spalla del grande tragico, la claque del meditabondo, il parassita del pedante”. Ricordando a questo punto quel che scrisse una volta a proposito di Edmund Wilson, che ha ”assolto puntigliosamente al compito del vero critico, che è quello di non capire alcune cose, di essere totalmente impervio a taluni valori, perché altri gli si svelino con incontestabile chiarezza”. (ANSA).