Orazio Costa, un guru in India

Nel 1968 Pasolini gira “Appunti per un film sull’India”. Nel Paese asiatico va in giro ad intervistare maharaja, giornalisti, santoni e perfino intoccabili ponendo la stessa domanda: si sacrificherebbe per sfamare dei tigrotti che muoiono di fame? Un tema ripreso da una antica parabola.
Piazzando il microfono, affronta anche i temi del terzo mondo come religione e fame.
    Nello stesso anno anche i Beatles, stanchi dello star system e alla ricerca di nuovi stimoli, si trasferirono in India con moglie e compagne e staff. Altri, famosi e no, ne avrebbero seguito l’esempio. In silenzio e con un approccio tra l’antropologo e il turista critico, otto anni prima, per sei mesi, una sorta di guru italiano, Orazio Costa Giovangigli, aveva attraversato il Paese in lungo e in largo dall’ottobre 1960.
    Assistente a Parigi di Jacques Copeau, Costa divenne docente all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico, fu maestro di generazioni di registi e attori, tra i quali Manfredi, Volonté, Giannini, ma anche Gabriele Lavia, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio. Oltre a Maricla Boggio, ebbe un altro allievo prediletto, Andrea Camilleri, di cui anche nel libro ci sono riferimenti. Non differentemente da quanto fece per l’intera sua vita – al termine della quale lasciò 46 Quaderni – Costa ogni sera trascrisse in un diario – i Quaderni 9, 10, 11, 12 – quanto visto e provato e l’oggetto del suo studio: approfondire danze e spettacoli indiani per conto dell’Unesco. Quell’esperienza è oggi un libro, curato proprio dalla Boggio, ‘Viaggio in India’ (Bulzoni). Costa si sofferma sui particolari: il trucco degli attori, la lunga preparazione, il teatro kathakali – ma annota, appunta, fissa immagini della povertà che ha incontrato in una madre con un neonato, in un lebbroso dalle carni consumate dalla malattia. La povertà è tale che “non si fa che rasentare la realtà”, scrive a Nuova Delhi il 4 Novembre. Una disperazione tacita e rassegnata che implora fastidiosamente un’elemosina e che cozza con la grandiosità dei templi, con la generosità di tanti. Costa descrive donne che lavano le pentole, i santoni che girano nudi e coloro che con naturalezza fanno i bisogni in luoghi pubblici. Un universo di folla e confusione. Gli appunti hanno due elementi caratterizzanti: la descrizione dei sogni e i pensieri sulla e rivolti alla madre (all’epoca già scomparsa).
    Che il soggiorno in India – dall’Uttar Pradesh all’Hindustan, dal Kerala al Golfo del Bengala, dall’Orissa al Maharashtra in un moltiplicarsi esponenziale di chilometri – fosse anche la ricerca di qualcosa, Costa lo dice in un paio di righe: in un viaggio asincrono precedeva la madre che da giovane aveva desiderato andare in India ma non le fu permesso. “Ora sono qui e aspetto e Ti aspetto e ti chiamo. Verrai?”. Non avrà risposta: la madre era già scomparsa da prima che lui partisse; e non l’avrà nemmeno dopo l’atteso incontro con Madre Teresa di Calcutta, per quanto intenso. Ma il libro è ricco di pensieri e riflessioni: sulla poesia – “definire per approssimazione l’indefinibile” – sulla musica, sugli scritti di Gozzano (in India nel 1912) e di Guenon sull’India – che pubblicò un libro sul Paese nel 1932 senza esserci mai stato – e soprattutto sui valori dell’arte – ormai staccata dalla realtà -della tradizione: se in India è un concetto solido e preciso, in Occidente la tradizione è soggetta a un continuo processo di revisione; ebrei esclusi, “gli unici che in Europa vantano la documentazione della loro rivelata Tradizione”, proiettata però nel futuro in quanto non perfetta e in attesa di conclusione.
    (ANSA).