Corinna De Cesare, Ciao per sempre

Non ho avuto paura di affrontare nel romanzo temi forti, perché l’esistenza delle persone è così, non è mai piatta.

Quello che voglio è raccontare la vita da un altro punto di vista, che spesso è quello delle donne”. Per il suo esordio nella narrativa dal titolo “Ciao per sempre”, edito da Salani, Corinna De Cesare, giornalista, ha scelto una storia tutta al femminile, che colpisce ed emoziona. Il groviglio interiore di una ragazza che fatica a diventare donna, gli addii dolorosi ma necessari per crescere, il fardello di tutto il ‘non detto’ che si tramanda inconsapevolmente, i segreti di famiglia che seppur sepolti alla fine prima o poi sono destinati a emergere ed “esplodere” animano il romanzo, il cui titolo è tratto da un’omonima canzone di Levante: “E’ perfetto e racchiude il senso del libro. Non è un addio e non è un ciao: è ciao per sempre. A volte se non si trova la strada, l’unico modo per tendere al futuro è tornare indietro”, dice all’ANSA l’autrice. Ed è proprio quello che accade alla protagonista Margherita: “lei combatte con il suo passato, ma la sua inquietudine personale non è solo un attaccamento all’adolescenza, in realtà ha radici più profonde che riguardano ferite che hanno origini lontane”, spiega. Il funerale della nonna, la vecchia casa nel paesino pugliese di provincia in cui è cresciuta, le persone che un tempo erano il suo “tutto” e che ha abbandonato fuggendo nella Capitale: ecco che la trentacinquenne Margherita, insegnante precaria con velleità da scrittrice, si immerge nuovamente negli anni ’90 quando ancora ragazzina sognava un futuro del tutto diverso da quello, molto più deludente, che poi la vita le ha sbattuto in faccia. Nella prima parte il libro si configura come un intenso racconto adolescenziale, nel quale Margherita e le donne che ha attorno (la mamma, l’amica Angela, la nonna) sono caratterizzate con cura. Il linguaggio, fresco, diretto, tra sprazzi di ironia (grazie a qualche incursione nel dialetto) e momenti più drammatici, accompagna l’evoluzione del romanzo che poi prende altre strade, allargandosi verso temi più difficili: il femminile e il patriarcato, la forza delle donne, i soprusi, i compromessi, i pregiudizi. Temi che travalicano la trama e arrivano dritti al nostro mondo reale: “niente è come sembra, mai come in questo romanzo. Volevo rompere la retorica e i tabù legati ad alcune questioni femminili. Nel libro racconto di quel problema senza nome che hanno molte donne, anche quelle realizzate nella vita: è qualcosa che spesso riguarda la condizione femminile, la sottomissione, il patriarcato”, spiega De Cesare, che quotidianamente per lavoro si occupa di diritti, empowerment, femminismo e minoranze e nel 2019 ha fondato la newsletter femminista thePeriod. “Tra le pagine ci sono tutte le donne che ho incontrato e intervistato per lavoro, quelle della mia adolescenza e quelle della mia famiglia: la mia esperienza, la mia storia e le mie battaglie si intrecciano al romanzo in cui racconto di donne forti che inciampano ma poi ce la fanno, con dignità e orgoglio”, dice, “il segreto familiare che aleggia e diventa sempre più pressante è ciò che spinge Margherita ad andare avanti pur se lei inizialmente non capisce. Non potevo non parlare della difficoltà che hanno le donne a combattere contro il patriarcato e il machismo. Ce ne è un gran bisogno, lo abbiamo visto recentemente, con quello che è accaduto a Ursula von der Leyen e con il video di Beppe Grillo”. Ispirandosi a Pavese, citato anche nel romanzo, e alla sua convinzione che “la fantasia umana è immensamente più povera della realtà”, l’autrice delinea una vicenda profondamente radicata nel sud italiano, in una Puglia, da cui lei stessa proviene, “molto diversa da quella raccontata generalmente: nel romanzo siamo lontani dalla retorica vacanziera, la Puglia qui è selvaggia e dolorosa e rappresenta molto i personaggi della storia”. “Anche io a 19 anni ho preso il treno per andare via dalla mia terra – afferma – quando si cresce e si diventa adulti si ha un rapporto conflittuale con le proprie origini, e volevo raccontarlo”.
    (ANSA).

Mimmo Moramarco