Claudio Magris, il colore, l’arte, l’anima

‘Il colore è musica perchè dice e non dice; il suo valore e il suo significato non sono denotativi, non indicano un oggetto ma, anche quando appaiono indissolubili in quel momento da quell’oggetto – una rosa, una nuvola – non designano tanto quell’oggetto ma ciò che esso evoca, traducendosi nel cuore di chi lo guarda. E’ questo che lega il colore alla parola, quando essa non ha, in quel momento, un mero valore dimostrativo, la parola ‘sedia’ che indica quella cosa a quattro gambe su cui ci si siede”. La parola, come il colore, si può trascolorare come il colore che tra valore simbolico e valore poetico attraversa la storia della nostra letteratura, la storia dell’arte. Lo racconta Claudio Magris in un piccolo, folgorante volume, ”Le toppe di Arlecchino. Esistono i colori?” I colori, spiega Magris, elencati nel Grande atlante dei colori sono 999, ”tante sono le sfumature cromatiche che un occhio umano riesce a distinguere”. ”I colori non ci sono, ma si vedono; tanti colori come le toppe del vestito di Arlecchino, ma che, a differenza di queste, si possono vedere ma non toccare”. In questa immaterialità che sfiora l’inesistenza, si affaccia il turbine dei significati, ogni categoria ne ha un ventaglio vastissimo ad uso e consumo del mondo che deve costruire. Un problema filosofico, quello dei colori, che però trova una sua concretezza oggettiva nei sentimenti che ogni sfumatura riesce a evocare nell’animo umano. Il blu ”forse a causa del mare – è il colore della mia vita”, scrive Magris che procede veramente come le toppe di Arlecchino costruendo il suo vestito attraverso l’opera di Goethe, passando dal Guercino alle vetrate di Chartres, dal Picasso a Baudelaire da Rilke a Van Gogh, da Kandinskij a Benn. Solo per citarne alcuni di cui insegue il rapporto con i singoli colori. C’è il blu dell’arte ma anche quello della musica, ”il canto popolare nero americano degli Stati Uniti” per esempio, ”note che conferiscono una indefinitezza totale”. Ma spiega Magris, ”nessuna musa può prescindere dal blu e lo dimostra il cinema” dove il discorso non finirebbe più. Forse i colori, scrive mirabilmente l’autore ”conoscono un solo verbo, trascolorare”. ed insieme evocare significati che a volte possono essere contradittori. Così come il bianco che è il vero colore dell’orrore, non il nero, che invece ha una interessante linea di continuità proprio con il blu e l’azzurro. Il bianco così ben descritto da Melville nel Moby Dick, dove si trovano ”le pagine più alte, più inquietanti, metafisicamente e fisicamente e psicologicamente insostenibili, su un colore. Orrore, follia e ambiguità assoluta è il bianco anche nel Gordon Pym di Poe o nei racconti e romanzi di Lovercraft”. Insomma, come scrive Magris che si confessa mai pago di citare Biagio Marin in una lettera al suo traduttore cinese, ”Le nostre contingenze colorano l’eternità di Dio”.

Voce Mimmo Moramarco