C’è un equivoco che ritorna sempre, ogni volta che qualcosa parla davvero alle persone: l’idea che ciò che è popolare sia automaticamente inferiore.
Come se il successo fosse una colpa. Come se emozionare milioni di persone rendesse un’opera meno degna, meno pura, meno “alta”. Con Sal Da Vinci purtroppo è riemersa questa piaga e in maniera ancora più imponente in tempi dove i social fanno la loro parte impattante.
Eppure la storia dell’arte racconta esattamente il contrario, evidenziando in maniera inequivocabile quale è la parte sbagliata. Imposozioni che cominciano veramente a dare fastidio. Il gusto personale appartiene alla libertà individuale: qualcosa può piacere oppure no, senza che questo diventi un criterio per giudicare il valore delle persone. Quando i gusti si trasformano in etichette sociali, l’arte e la cultura perdono la loro funzione più importante: creare dialogo, confronto e sensibilità. La cultura non dovrebbe dividere tra “superiori” e “inferiori”, ma aiutare a comprendere la varietà umana senza pregiudizi.
William Shakespeare scriveva per i teatri rumorosi del popolo, non per i salotti universitari. Giuseppe Verdi veniva cantato nelle strade prima che nei conservatori. Charlie Chaplin faceva ridere gli operai, gli immigrati, gli ultimi. Totò sempre martoriato dalla critica dell’epoca e in un epoca che lo ha consacrato il principe della risata, faro oggi per tutti i comici italiani. E proprio per questo è diventato immortale. Tutti “i popolari” sono diventati immortali e ce ne sono tanti altri. L’arte vera non nasce quasi mai nei musei. Ci entra dopo. Prima vive nei mercati, nei vicoli, nei cinema affollati, nei telefoni, nelle case.
Ogni epoca ha avuto i suoi custodi del gusto. Persone convinte di poter stabilire cosa fosse “arte” e cosa no. Ma il tempo è spietato e galantuomo: spesso dimentica i giudici e conserva gli artisti che hanno lasciato qualcosa dentro la vita reale delle persone.
Perché il punto non è quanto un’opera faccia sentire intelligenti. Il punto è quanto faccia sentire vivi.
E questo podcast arriva dopo l’ultima persecuzione a Sanremo e Eurovision. Sal Da Vinci ha cinquant’anni di palcoscenico. Trentasei milioni di ascolti su una canzone non sono un incidente statistico: sono memoria collettiva. Sono persone che associano quella voce a un amore, a un’estate, a una ferita, a una famiglia. Checco Zalone ha portato milioni di italiani al cinema. Non perché obbligati, ma perché in quelle storie hanno riconosciuto qualcosa di sé: il ridicolo, la fragilità, la provincia, l’ambizione, la paura di cambiare, le contraddizioni e i paradossi di questo tempo.
E forse è proprio questo che certa cultura elitista non perdona all’arte popolare: il fatto di non avere bisogno di autorizzazioni. Non chiede il permesso di esistere. Accade. Circola. Viene citata nei bar, alle cene, nei matrimoni, negli stadi. Diventa linguaggio comune.
L’arte popolare non è il contrario della qualità. È il contrario dell’isolamento…Lo stesso isolamento che arriva nel tempo, confermato svariate volte, da chi si è lasciato plagiare “da disturbati mentali del politicamente corretto”
