Yulia Mendel e la censura denunciata al Parlamento europeo aprono una questione che va ben oltre un singolo episodio. L’ex portavoce di Volodymyr Zelensky avrebbe dovuto partecipare a un incontro dedicato alla pace in Ucraina, ma ha denunciato di essere stata fermata all’ingresso. Un caso che riporta al centro una domanda scomoda: è ancora possibile parlare di negoziato e pace senza essere automaticamente considerati filorussi?
Yulia Mendel, ex portavoce del presidente ucraino Volodymyr Zelensky dal 2019 al 2021, avrebbe dovuto intervenire a Strasburgo a un incontro dal titolo Ukraine: Dare to Choose Peace – Diplomacy, Not Escalation, organizzato dall’eurodeputato AfD Hans Neuhoff. Mendel ha denunciato di essere stata bloccata all’ingresso del Parlamento europeo e ha collegato la decisione alle sanzioni che Zelensky aveva disposto contro di lei pochi giorni prima. L’evento non era una manifestazione ufficiale del Parlamento europeo, ma un’iniziativa organizzata da un eurodeputato all’interno della sede.
Ucraina: parlare di pace non significa essere filorussi
Mendel è ormai distante dalla linea dell’attuale leadership ucraina e sostiene una posizione che, indipendentemente dal fatto che la si condivida o meno, dovrebbe poter essere discussa: cercare la pace non significa automaticamente essere filorussi.
Ed è proprio questo il punto.
Guerra in Ucraina: ma cosa significa oggi vincere?
Da anni sentiamo parlare di vittoria dell’Ucraina. Ma cosa significa oggi vincere questa guerra?
Riconquistare tutti i territori? Recuperare anche la Crimea? Riprendere integralmente il Donbass? Rinunciare eventualmente all’ingresso nella NATO in cambio di garanzie di sicurezza?
E soprattutto: con quali mezzi?
Se l’Occidente non intende mandare direttamente i propri soldati a combattere contro la Russia — evitando così uno scontro diretto dalle conseguenze potenzialmente enormi — bisogna spiegare come dovrebbe essere raggiunto l’obiettivo militare che viene continuamente evocato.
Io continuo a pensare che bisogna cercare seriamente la pace.
Cercare un negoziato non significa essere dalla parte della Russia e non significa neppure cancellare le responsabilità dell’invasione russa. Significa chiedersi quale sia oggi la strada che possa fermare le morti e impedire che l’Ucraina perda ancora uomini, popolazione, territorio e capacità di decidere autonomamente il proprio futuro.
Continuare una guerra senza indicare chiaramente quale sia il traguardo finale rischia di trasformarsi in una strategia senza prospettiva.
Tutti uguali davanti alla legge
Poi c’è un principio sul quale personalmente non vedo perché dovrebbero esistere ambiguità: siamo tutti uguali davanti alla legge.
L’antisemitismo è una cosa seria e deve essere contrastato con decisione. Ma un’offesa contro una persona ebrea non dovrebbe essere considerata moralmente più grave di un’offesa contro un cristiano, un musulmano, un buddista o qualsiasi altro essere umano semplicemente sulla base della sua religione.
Contrastare l’antisemitismo è doveroso. Allo stesso tempo non vorrei mai arrivare a una graduatoria delle vittime.
La dignità delle persone non può dipendere dalla loro religione.
Violenza sulle donne: pene severissime, ma discutere delle leggi deve essere possibile
Lo stesso vale quando parliamo di violenza contro le donne.
Chi picchia, perseguita, violenta o uccide una donna deve essere punito duramente. Su questo non dovrebbe esserci neppure bisogno di discutere.
Ma altra cosa è domandarsi come debba intervenire il diritto penale.
Dal dicembre 2025 l’Italia ha introdotto nel codice penale il reato autonomo di femminicidio, articolo 577-bis, che prevede l’ergastolo quando l’uccisione di una donna avviene nelle condizioni specificamente indicate dalla legge, tra cui odio o discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna e altre fattispecie previste dalla norma.
Si può essere durissimi contro la violenza sulle donne e contemporaneamente discutere della costruzione giuridica di questa norma.
Personalmente parto sempre dallo stesso principio: la vita di una donna e quella di un uomo hanno identico valore e identica dignità.
Difendere questo principio non significa sottovalutare la violenza di genere.
Famiglia: responsabilità non significa sopraffazione
Anche sulla famiglia siamo arrivati al punto in cui determinate parole sembrano diventate automaticamente sospette.
Io credo invece nella responsabilità, nel sacrificio, nella fedeltà, nel rispetto, nella protezione e nel dovere verso la propria famiglia.
Questo non significa giustificare il possesso della donna, la violenza, il sopruso o la prevaricazione. Quelli sono comportamenti da combattere, non valori da conservare.
Ma non accetto neppure l’idea di trasformare l’uomo nel colpevole per definizione.
Una famiglia dovrebbe essere un luogo nel quale uomini e donne hanno la stessa dignità, anche quando assumono responsabilità e ruoli differenti liberamente scelti.
Possiamo chiamarlo modello tradizionale, mediterraneo o semplicemente famiglia. A me interessa soprattutto la sostanza: rispetto, responsabilità e libertà reciproca.
Maternità surrogata: davvero tutto può diventare un contratto?
Poi c’è un argomento sul quale credo serva ancora più coraggio: la maternità surrogata, o quello che comunemente viene chiamato “utero in affitto”.
La questione non può essere liquidata semplicemente contrapponendo progressisti e conservatori.
Qui parliamo del corpo di una donna, di denaro quando esiste un corrispettivo economico, del desiderio di diventare genitori e soprattutto di un bambino che nasce in conseguenza di un accordo tra adulti.
In Italia la surrogazione di maternità era già vietata; dal dicembre 2024 la legge stabilisce inoltre che, quando i fatti sono commessi all’estero, il cittadino italiano è punito secondo la legge italiana.
E allora la domanda che mi pongo è semplice: esiste un limite oltre il quale il desiderio individuale non può trasformare tutto in oggetto di un accordo?
È possibile discutere della mercificazione del corpo femminile senza essere automaticamente accusati di essere contro qualcuno?
Credo di sì.
Infine c’è una politica che pensa prima alle alleanze e poi alle idee
Arriviamo alla politica italiana.
Destra, sinistra, centro: assistiamo continuamente a partiti che presentano programmi agli elettori e poi cominciano a modificarli quando arriva il momento di costruire una coalizione.
E allora mi chiedo: se per allearsi bisogna rinunciare alle proprie idee, a cosa serve avere un programma?
Le alleanze sono necessarie per governare, certamente. Ma dovrebbero nascere dalla compatibilità delle idee, non dalla necessità di conquistare qualche seggio in più.
Invece accade sempre più spesso il contrario: prima decidiamo con chi dobbiamo stare e successivamente cerchiamo di adattare quello che pensiamo.
È una politica che personalmente trovo sempre meno comprensibile.
Non mi interessa una destra che diventa centro semplicemente perché teme di perdere. Così come non mi interessa una sinistra che abbandona le proprie idee per inseguire il centro.
Mi interessa sapere cosa si vuole fare.
Sulla guerra voglio sapere quale sia l’obiettivo e come si pensa di raggiungerlo.
Sull’Ucraina penso che sia arrivato il momento di mettere seriamente sul tavolo il negoziato.
Sui diritti voglio che la dignità delle persone venga tutelata senza creare esseri umani di serie A e di serie B.
Per quanto riguarda la violenza contro le donne, voglio pene durissime, ma senza trasformare il confronto sulle norme in un tabù.
Quanto alla famiglia, continuo a credere nel rispetto, nella responsabilità e nel sacrificio reciproco
In tema di maternità surrogata, credo sia necessario interrogarsi sul limite tra libertà individuale e mercificazione.
E sulla politica vorrei semplicemente che le idee venissero prima delle convenienze elettorali.
Si può essere d’accordo oppure no. È normale che sia così.
Ma c’è una cosa che considero ancora più importante: tornare a discutere delle questioni nel merito, senza stabilire prima quali opinioni possono essere pronunciate e quali invece devono essere censurate.
Perché una democrazia non dovrebbe avere paura delle opinioni. Dovrebbe avere gli strumenti per discuterle, contestarle e confrontarle con i fatti.
