Per anni il tatuaggio è stato raccontato come una scelta destinata a rimanere sulla pelle per tutta la vita. Ma accanto alla grande diffusione dei tatuaggi sta acquistando sempre maggiore attenzione un fenomeno opposto: il pentimento e la richiesta di rimozione.

Non significa che i tatuaggi stiano improvvisamente scomparendo. I dati disponibili, però, mostrano che una parte tutt’altro che trascurabile delle persone tatuate, prima o poi, cambia idea.

In Italia il 17,2% ha pensato di rimuovere un tatuaggio

Uno dei riferimenti più autorevoli arriva direttamente dall’Istituto Superiore di Sanità. Secondo l’indagine nazionale italiana, il 17,2% delle persone tatuate ha dichiarato di aver pensato alla rimozione, mentre il 4,3% l’aveva già effettuata.

Le motivazioni riportate dall’ISS sono particolarmente interessanti: nel 51,3% dei casi il tatuaggio ha perso il significato originario; per il 39,3% semplicemente non piace più. Seguono lo sbiadimento del colore (15,9%), l’incompatibilità con il lavoro (11,4%) e motivazioni legate alla salute (11,4%).

Sono numeri italiani non recentissimi — l’indagine nazionale risale al decennio scorso — e quindi non possono essere utilizzati per sostenere che oggi il 17,2% degli italiani voglia cancellare i tatuaggi. Restano però un’importante fotografia del fenomeno e un punto di confronto con gli studi più recenti.

Uno studio del 2025 parla di pentimento fino al 50%

A rendere l’argomento nuovamente attuale è una revisione scientifica pubblicata nel 2025 negli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità sulla diffusione mondiale dei tatuaggi.

Gli autori riportano che, secondo le stime presenti nella letteratura esaminata, fino al 50% delle persone tatuate può sperimentare pentimento per almeno un tatuaggio, anche se questo non significa affatto che metà dei tatuati proceda effettivamente alla sua cancellazione.

È proprio questa distinzione a essere importante: pentirsi, pensare alla rimozione e cancellare realmente un tatuaggio sono tre cose differenti.

La rimozione è diventata tecnologicamente più accessibile

Parallelamente è migliorata la tecnologia. Una revisione scientifica pubblicata sul Journal of the American Academy of Dermatology nel 2025 osserva che alla crescente popolarità dei tatuaggi è corrisposta una maggiore domanda di rimozione e che i laser sono diventati lo strumento principale per questo tipo di trattamento.

La FDA statunitense spiega che il laser frammenta l’inchiostro in particelle più piccole che vengono successivamente eliminate dall’organismo. Non si tratta, però, di una sorta di “gomma” capace di cancellare immediatamente un tatuaggio: normalmente sono necessarie più sedute, alcuni colori sono molto più difficili da eliminare e la rimozione completa non è sempre possibile.

Esistono inoltre possibili effetti indesiderati, dalle alterazioni della pigmentazione a cicatrici, infezioni, arrossamenti e sanguinamenti. L’ISS sottolinea infatti che la rimozione di un tatuaggio è un atto medico e deve essere eseguita da personale medico in strutture sanitarie.

Dalla corsa al tatuaggio alla voglia di tornare indietro?

È probabilmente ancora troppo presto per parlare della “fine della moda dei tatuaggi”. Milioni di persone continuano ad apprezzarli e la grande maggioranza degli italiani tatuati rilevata dall’indagine ISS si dichiarava soddisfatta.

Ma qualcosa merita attenzione: insieme all’enorme diffusione raggiunta dai tatuaggi si è sviluppato anche un mercato e un interesse sempre maggiore per la loro eliminazione.

Quello che ieri sembrava un segno da portare per sempre può perdere significato con il passare degli anni, con un nuovo lavoro, una relazione terminata o semplicemente con il cambiamento dei propri gusti.

Il tatuaggio resta permanente. La voglia di averlo, evidentemente, non sempre lo è.

Fonti principali

Istituto Superiore di Sanità – epidemiologia dei tatuaggi in Italia
Istituto Superiore di Sanità – rimozione dei tatuaggi
Annali ISS – studio 2025 sulla diffusione mondiale dei tatuaggi
FDA – Tattoo Removal: Options and Results