C’è un modo di intendere la valorizzazione del territorio che sulla Murgia comincia a diventare francamente insopportabile.

Un patrimonio appartiene alla comunità, rappresenta la sua storia, la sua identità e persino una possibile occasione di sviluppo economico. Poi, però, quando arriva il momento di trasformare quel patrimonio in turismo, lavoro, servizi e opportunità diffuse, il beneficio per il territorio sembra restringersi sempre di più.

Il rischio è che alla comunità resti il bene da contemplare e a pochi soggetti le opportunità che ruotano intorno alla sua gestione.

È questo il punto sul quale bisognerebbe finalmente aprire una discussione seria, pubblica e senza timori.

Il Ponte Acquedotto di Gravina: dov’è il grande ritorno per il territorio?

Il Ponte Acquedotto di Gravina in Puglia è un patrimonio straordinario.

Un luogo capace di rappresentare Gravina e l’intera Murgia nel mondo, diventato ancora più conosciuto grazie alla sua esposizione cinematografica internazionale.

Eppure la domanda che dovrebbe interessare tutti è semplicissima: quanto di questa enorme visibilità è stato realmente trasformato in sviluppo strutturale per il territorio?

Quanti nuovi flussi turistici sono stati consolidati? Quante attività sono nate? Quanti posti di lavoro stabili sono stati creati? Quanto si è riusciti a costruire attorno al monumento affinché il visitatore rimanesse sul territorio, spendesse sul territorio e scoprisse il resto della Murgia?

Sono queste le domande che contano.

Perché valorizzare un bene pubblico non significa semplicemente organizzare iniziative, mettere un tavolino, predisporre un servizio o affidare a qualcuno una determinata attività.

Valorizzare significa produrre valore per una comunità.

Altrimenti rischiamo di confondere la valorizzazione di un patrimonio con la gestione delle opportunità economiche generate da quel patrimonio.

E sono due cose completamente diverse.

Adesso Altamura rischia di imboccare la stessa strada

La preoccupazione diventa ancora più forte guardando a quello che potrebbe accadere con la Cava dei Dinosauri di Altamura.

Stiamo parlando di un patrimonio paleontologico eccezionale, che Altamura possiede da decenni e che avrebbe potuto rappresentare uno dei grandi motori turistici della città e dell’intera Murgia.

E invece dobbiamo avere il coraggio di dirlo: finora quel potenziale non è stato trasformato in un vero ritorno per il territorio.

Per anni abbiamo raccontato quanto fosse straordinaria la Cava dei Dinosauri.

Benissimo.

Ma dove sono i risultati?

Dov’è il grande circuito turistico costruito attorno alla Cava?

Dov’è il sistema capace di collegarla all’Uomo di Altamura, al Museo Archeologico, al centro storico, alla Cattedrale, al pane, alle masserie, al Parco dell’Alta Murgia, a Gravina e Matera?

Dove sono i numeri capaci di dimostrare che questo patrimonio abbia realmente prodotto una crescita economica diffusa?

Perché è troppo facile pronunciare la parola “valorizzazione”.

Molto più difficile è dimostrare cosa rimane sul territorio dopo che la valorizzazione è stata annunciata.

Non vogliamo un altro “banchetto”

Ed è qui che nasce il sospetto politico e amministrativo che deve essere affrontato prima, non dopo.

Non vorremmo che anche attorno alla Cava dei Dinosauri si costruisse l’ennesimo piccolo sistema nel quale il patrimonio è di tutti, mentre le opportunità finiscono per essere appannaggio di pochi.

Sarebbe inaccettabile.

Prima di parlare di gestioni, servizi, affidamenti, biglietterie, visite, eventi o qualsiasi altra attività economica collegata alla Cava, qualcuno dovrebbe spiegare pubblicamente quale sia il progetto complessivo.

Chi beneficia della valorizzazione?

Quale ritorno economico è previsto per Altamura?

Come vengono coinvolte le imprese?

Come vengono coinvolti commercianti, ristoratori, strutture ricettive, guide, operatori culturali e turistici?

Qual è il piano per aumentare le permanenze dei visitatori?

Quali obiettivi misurabili vengono fissati?

E soprattutto: con quali criteri vengono individuati coloro che potranno lavorare e guadagnare attorno a questo patrimonio?

Trasparenza significa rispondere a queste domande prima che qualcuno possa legittimamente sospettare che sia già tutto deciso.

La Murgia non ha bisogno di clientele. Ha bisogno di una strategia

C’è poi una questione ancora più grave.

Il turismo sulla Murgia sta attraversando una fase che meriterebbe ben altra attenzione.

Mentre bisognerebbe costruire una strategia territoriale forte, collegando Altamura, Gravina, il Parco dell’Alta Murgia e Matera in un’unica grande proposta turistica, continuiamo troppo spesso a ragionare per piccoli recinti.

Il risultato rischia di essere devastante: pochi gestiscono, pochi incassano, tutti gli altri guardano.

Questo non è sviluppo territoriale.

E se esistono criteri, procedure e progetti capaci di dimostrare il contrario, vengano resi pubblici e spiegati nei dettagli.

Perché utilizzare parole come “territorio”, “turismo”, “cultura” e “valorizzazione” non può diventare l’alibi dietro il quale nascondere operazioni incapaci di produrre benefici diffusi.

La Murgia non può essere considerata una torta da dividere.

E i suoi monumenti non possono trasformarsi in piccoli banchetti attorno ai quali trovano posto sempre gli stessi o comunque pochissimi soggetti.

Basta con il territorio utilizzato come slogan

Per anni ci siamo sentiti ripetere che bisogna “fare rete”.

Ma una rete non è un gruppo ristretto che decide e una comunità che osserva.

Una rete è quella nella quale il turista che arriva alla Cava dei Dinosauri viene portato nel centro storico di Altamura, visita il Museo, compra il pane, mangia nei ristoranti, dorme negli alberghi e nei B&B, visita Gravina, scopre il Parco dell’Alta Murgia e magari prosegue verso Matera.

Quella è economia turistica.

Quello significa creare valore.

Il resto rischia di essere soltanto economia della gestione.

Ed è una differenza enorme.

Prima di affidare, spiegate

Sulla Cava dei Dinosauri, dunque, servirebbe un’operazione di trasparenza totale.

La comunità dovrebbe conoscere il progetto, gli obiettivi, i costi, i ricavi previsti, i criteri degli eventuali affidamenti, i soggetti coinvolti e soprattutto le ricadute economiche attese sulla città.

Non dopo.

Prima.

Perché la Cava dei Dinosauri non appartiene a un’associazione, a un’impresa, a una cooperativa, a un’amministrazione o a qualche gruppo organizzato.

È patrimonio di Altamura.

Esattamente come il Ponte Acquedotto rappresenta un patrimonio di Gravina.

E chiunque amministri questi beni dovrebbe ricordare una cosa elementare: gestire un patrimonio pubblico significa assumersi la responsabilità di moltiplicarne il valore per la comunità, non semplicemente distribuire le occasioni che quel patrimonio genera.

La Murgia ha già perso troppo tempo.

Ha patrimoni archeologici, naturalistici, storici, gastronomici e culturali che moltissimi territori italiani potrebbero soltanto sognare.

Eppure continuiamo a domandarci perché il turismo non riesca a compiere quel salto di qualità che aspettiamo da decenni.

Forse una risposta dovremmo cominciare a cercarla proprio qui.

Finché conteremo quanti siedono al banchetto invece di misurare quanto resta alla comunità, continueremo a chiamare “valorizzazione” ciò che sviluppo non è.

E se davvero sulla Cava dei Dinosauri qualcuno immagina di replicare un modello nel quale il grande patrimonio è di tutti ma il beneficio concreto resta concentrato nelle mani di pochi, sappia almeno una cosa:

questa volta Altamura dovrebbe guardare, chiedere, controllare e pretendere risposte prima che il banchetto venga apparecchiato.